15/05/11

La Fondazione Pantani denuncia la nuova Inquisizione

Fondazione Pantani


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La Fondazione Pantani denuncia la "nuova Inquisizione"

Sembrava davvero singolare ed insolito che l'ennesimo violento attacco al ciclismo, operato nella circostanza dal Presidente del Coni attraverso la ritenuta necessità di una maggiore concretezza nella lotta al doping, potesse concludersi senza che a qualcuno venisse in mente di utilizzare, agganciandolo al treno, il nome di Marco Pantani. Ed infatti, a distanza di pochi giorni dalle esternazioni di Petrucci, ecco giungere puntuale, guarda caso l'antivigilia dell'inizio del Giro d'Italia, l'intervista rilasciata a Tuttosport da Livio Berruti, contenente dichiarazioni di eccezionale gravità sul campione di Cesenatico.
Così, se da un canto sarà inevitabile la proposizione di una denuncia-querela nei confronti di tutti i soggetti corresponsabili del predetto episodio diffamatorio, dall'altro Tonina e Paolo Pantani, prendendo spunto dal contenuto della suddetta intervista ed in particolare da alcuni suoi passaggi, vorrebbero condividere con i media e con il popolo del ciclismo una serie di considerazioni. Riflessioni che, seppur sollecitate da gratuite ed ingiustificabili accuse rivolte nei confronti del congiunto scomparso, a ben vedere finiscono in realtà per travalicare i confini ed i limiti soggettivi e temporali, estendendosi ed indirizzandosi all'intera comunità del ciclismo, legate come sono, oltre che alla sua storia, al suo presente ed al suo futuro, come dimostrano, ad esempio, le dichiarazioni rilasciate da Vincenzo Nibali, aspirante alla vittoria del Giro d'Italia, alla Gazzetta dello Sport, dalle quali si evince limpidamente quale fonte di ispirazione abbia rappresentato per lui un campione come Marco Pantani.
Ma qual è, tra le tante, l'affermazione più agghiacciante contenuta nell'intervista rilasciata dal signor Berruti?
Noi riteniamo sia quella ove, riferendosi all'andamento del finale della tappa di Oropa al Giro d'Italia del 1999, vinta in rimonta sul gruppo dopo un inconveniente meccanico, associa la stessa al ricorso al doping, descrivendola nei di seguito indicati termini: «Secondo me - ha infatti detto Berruti - era impossibile andare così forte senza un aiuto».E così, il signor Berruti, novello Torquemada, a quasi dodici anni di distanza da quel 30 maggio 1999, dopo essersi contemporaneamente calato nei panni dell'ispettore antidoping, del medico addetto al controllo, del procuratore antidoping, del pm, del giudice sportivo e, ad abundantiam, del giudice penale, nella "camera di consiglio" del quotidiano Tuttosport, facendo uso di una sua personalissima ed insondabile(si fa per dire..) interpretazione dei concetti di "possibile/impossibile" e senza alcun contraddittorio, partorisce una sentenza di condanna per doping nei confronti di una persona defunta, rileggendo in chiave diametralmente opposta quello che rappresenta un pezzo di storia del ciclismo italiano(e non solo).
Pervenuti per tal via ad una conclusione di colpevolezza, quale sarà il prossimo passaggio?
L'intervista in oggetto permette anche di esprimere alcune considerazioni di carattere generale, andando oltre la valutazione dell'episodio specifico.
La capacità offensiva propria delle affermazioni del signor Berruti sulla tappa di Oropa è infatti tale da estendersi oltre la lesione dell'onore del compianto campione romagnolo (la cui tutela è affidata in via esclusiva alla famiglia Pantani), riverberandosi sul passato, sul presente e sul futuro di quello splendido e fantastico sport che è il ciclismo.
La tutela della "memoria sportiva" e del "patrimonio ciclistico" da simili indegni attacchi non può non competere, come nel caso di specie, alla Federazione ciclistica italiana ed all'Associazione dei corridori professionisti che, in questo momento di grandi sollecitazioni, non possono non prendere sollecitamente posizione per tentare di arginare la deriva rappresentata da simili inqualificabili comportamenti.
Non farlo provocherebbe sicuramente un effetto domino che travolgerebbe la storia recente del ciclismo, saccheggiando le memorie di milioni di tifosi e calpestando sulla base del sospetto malevolo le imprese di campioni che appartengono all'immaginario collettivo, ma anche al patrimonio storico e culturale della Federazione ciclistica italiana.
Senza trascurare la circostanza che non censurare apertamente simili atteggiamenti, spalancherebbe da subito le porte ad arbitrarie bollature di doping rispetto a qualsiasi atleta o evento sportivo che, in qualche modo, sia stato segnalato per l'eccezionalità di una prestazione. Si potrebbe dubitare di tutto e di tutti, dello stesso oro di Berruti, volendo spingersi al paradosso. Domani chiunque potrà alzarsi da tavola e senza alcun supporto probatorio, ma esclusivamente sulla scorta dell'umore del momento, del suggerimento, del chiacchiericcio potrà insinuare pubblicamente il  dubbio.
Non più tardi di tre mesi fa, il presidente federale Renato Di Rocco, in risposta ad una serie di domande poste da Tonina Pantani, ebbe parole difficilmente equivocabili.
«Marco Pantani - disse Di Rocco - era il ciclismo. Ha suscitato emozioni che non si vivevano da anni. Marco non fu fermato per doping, ma a fini cautelari per la salute in base a valori approssimativi dal punto di vista scientifico allora stabiliti. L'errore fu impostare su questa vicenda una campagna antidoping assolutamente demagogica e senza riscontri di contrasto effettivo. Così si è dato al sospetto il valore di prova. Ma su Marco l'ultimo giudizio l'ha dato la gente, ricordandolo come il "Pirata" che si alza sulla sella, getta la bandana a terra e si prepara all'ultimo chilometro in salita, la sfida più dura».
Come mai il signor Berruti e lo stesso giornalista, pur iniziando la loro disamina da un punto di vista più ampio, hanno ritenuto di doversi concentrare su Pantani, senza soffermarsi, sia pure fugacemente, sulla piaga del doping negli altri sport? Solo perché l'intervista viene in qualche modo legata all'inizio del Giro d'Italia da Torino? Ma non fu proprio Torino il teatro in cui si svolse un processo alla Juventus, durante il quale si assistette all'imbarazzante balbettare di alcuni suoi campioni davanti ai giudici? O forse "l'assordante silenzio" in cui lo stesso processo si svolse, dopo il trasferimento di altro processo in quel di Forlì, ha contribuito a far perdere la memoria di quell'evento?  E non fu il Coni stesso a tremare in quegli anni per uno scandalo doping in quel di Ferrara e poi all'Acquacetosa di Roma?
È giunto il momento di chiedersi a cosa serva e a chi faccia comodo continuare a picchiare su Pantani. È giunto il momento che il ciclismo sollevi la testa e difenda la sua storia. È il momento che i corridori insorgano e si schierino a tutela dei loro fondamentali diritti e delle loro stesse imprese. Che Gianni Bugno, loro presidente internazionale, faccia sentire la sua voce in difesa delle sue stesse imprese, nei giorni in cui - di fronte a tanto silenzio - un sito internet ha legato a identici sospetti quel suo meraviglioso Giro d'Italia del 1990 e tutte le vittorie più prestigiose del decennio.
La famiglia Pantani non è stupita per la tempistica di quanto accaduto, né tantomeno per il fatto che il proprio figlio sia stato nuovamente tirato in ballo per rinforzare l'attacco al ciclismo. La famiglia Pantani è stupita per il silenzio di tutti coloro che avrebbero l'obbligo morale e istituzionale di tutelare il ciclismo ed i suoi valori (che sono poi quelli propri di ogni sport), non legati unicamente all'antidoping - fuor di alcun dubbio indispensabile e necessario - ma anche all'onestà, al coraggio, alla determinazione, alla solidarietà fra sportivi, al rispetto ed al senso di appartenenza.

Fondazione Marco Pantani


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