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18/07/18

Gino Bartali: il campione che aiutò gli Ebrei a scappare dai Nazisti

Gino Bartali: il campione che aiutò gli Ebrei a scappare dai Nazisti

Gino Bartali: il campione che aiutò gli Ebrei a scappare dai Nazisti

Nato a Firenze nel 1914, Gino Bartali è passato dall’essere un semplice meccanico a diventare uno dei più apprezzati ciclisti della storia. Ha vinto il Giro d’Italia nel 1936, nel 1937 e nel 1946, e trionfato al Tour de France nel 1938 e nel 1948. Purtroppo, la seconda guerra mondiale lo ha bloccato all’apice della sua carriera: ma, per quanto suoni strano, è stato quello il momento in cui ha affrontato la gara più importante della sua vita.

Non era un segreto che Bartali non fosse entusiasta dell’ascesa del Partito Fascista in Italia. Rifiutò, infatti, di dedicare a Mussolini la sua vittoria al Tour del 1938, nonostante l’insistenza dei fascisti. Scelse, invece, di insultare gravemente il duce, portando i fiori destinati al vincitore del Tour in una chiesa. Aveva tutto da perdere, ma non esitò nemmeno un secondo alla richiesta del cardinale di Firenze, l’arcivescovo Elia Dalla Costa, di unirsi a una rete segreta che offriva un passaggio sicuro agli Ebrei e alle altre persone in pericolo.

Gino Bartali (1914-2000)

Gino Bartali (1914-2000)
Il movimento di resistenza trovò per lui un ruolo perfetto. Fingendo di allenarsi, diventò un corriere: Bartali trasportava fotografie e documenti d’identità contraffatti dentro e fuori da una stamperia segreta. Quando fu fermato dalle autorità collaborò, ma chiese ai soldati di non toccare la sua bicicletta perché era stata “creata per raggiungere la massima velocità possibile”. Raccontò, successivamente, che i documenti erano nascosti all’interno del telaio e del manubrio della bicicletta.

Ma questo, per Bartali, non era abbastanza. Si dice che una volta si presentò sulle Alpi con un rimorchio attaccato alla sua bicicletta, sostenendo che servisse per aggiungere un po’ di peso. In realtà conteneva un vano nascosto, all’interno del quale vi erano persone che Bartali stava trasportando attraverso controlli di frontiera. Nascose una famiglia ebrea, i Goldenberg, nella sua cantina, nonostante i tedeschi stessero uccidendo chiunque nascondesse ebrei.

Si stima che con le sue azioni abbia salvato la vita di centinaia di persone, ma fino a poco tempo fa nessuno ne era al corrente. Non è una sorpresa, visto che Bartali ha sempre esitato a raccontare questa storia anche a suo figlio Andrea, e che quando glielo rivelò gli ordinò prontamente di non condividerlo con altre persone.

“Quando chiesi a mio padre perché non potevo parlarne con nessuno, mi disse: ‘Devi fare del bene, ma non devi parlarne. Se ne parli, stai approfittando delle disgrazie altrui per il tuo guadagno’,” ha ricordato Andrea in un’intervista per The Guardian.

Gino Bartali sulla cima del Col du Tourmalet

Gino Bartali sulla cima del Col du Tourmalet
E quando Andrea fece notare a suo padre che le sue azioni erano indubbiamente eroiche, lui rispose: “No, no – voglio essere ricordato per i miei risultati sportivi. I veri eroi sono altri, quelli che hanno sofferto nella loro anima, nel loro cuore, nel loro spirito, nella loro mente, per i loro cari. Questi sono i veri eroi. Io sono solo un ciclista.”


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