27/09/15

Complotto Volkswagen


Il complotto Volkswagen

L’affaire Volkswagen diventa sempre più complicato. Il laboratorio tedesco che ha scoperto la truffa VW si è dato  molto da fare: è andato in America a comperare le auto, e poi ha fatto i suoi esami. Con i risultati che sappiamo. E già questo solleva un certo  sospetto. Si tratta di un ente no-profit che probabilmente non nuota nell’oro, ma ha trovato i mezzi per fare quello che poi si è  visto. Legittimo ilo sospetto chenduietro9 ci possa essere qualsiasi cosa: guerra interna alla VW, guerra fra marchi, guerra Usa-Germania.

Qualcuno fa anche notare che sul mercato americano è in corso una guerra quasi mortale fra la giapponese Toyota e la tedesca Volkswagen. Quest’ultima si era data come obiettivo aziendale di passare da mezzo milione di vetture vendute a un milione nel giro di appena un anno.

Le due case avevano adottato strategie differenti. La Toyota ha deciso di puntare tutto sui modelli ibridi a benzina. La Volskwagen sui diesel. La loro arma era il minor costo di gestione rispetto alle vetture americane, sia pure con due strategie differenti.

E qui spunta la grana. La Volkswagen non aveva alcuna auto pronta per il mercato americano, in grado cioè di rispettare i limiti (un po’ manicomiali: il doppio di quelli europei). E così ha messo a bordo delle sue vetture il famoso software truffaldino: l’obiettivo, ricordiamolo,  era quello di raddoppiare le vendite in appena dodici mesi e battere la Toyota. E quindi c’era molta fretta.

Ancora due cose. In America molti avvocati specializzati in class action stanno raccogliendo le adesioni per una maxi-causa alla casa tedesca: si prevede che sarà una battaglia molto pesante (anche in termini di soldi). Inoltre, da parte di vari esperti si sottolinea che una cosa del genere (la tru8ffa)non poteva essere decisa solo da poche persone: si tratta di un’iniziativa almeno da consiglio di amministrazione. Quelli che finiranno nelle grane sono quindi tanti.

Ultima domanda: ma la Volkswagen sarebbe stata in grado di fare un auto per l’America nel rispetto delle norme là vigenti sulle emissioni? La risposta è molto semplice: sì, a patto.

A patto di sacrificare qualcosa in termini di prestazione delle vetture e del loro costo. E di avere un po’ più di tempo. E questo dei limiti è un problema serio: le autorità dei vari paesi stanno imponendo all’industria dell’auto limiti, sicuramente graditi alla popolazione, ma che rendono molto più complicato “fare auto”, soprattutto se poi non si vuole rinunciare a prestazioni e costo.

Secondo l’Epa, il gruppo aveva impiegato un particolare software che permetteva di ottenere dati in linea con i parametri richiesti per i veicoli a gasolio solo nel corso dei test, mentre nella guida reale le emissioni reali potevano superare fino a 40 volte quelli dichiarati. Poco meno di un anno fa, Hyundai e Kia erano state multate per dati non veritieri con un’ammenda di 100 milioni di dollari: si trattava della più alta sanzione mai comminata per un’infrazione di questo genere. La possibile cifra che Volkwagen rischia di pagare fa impallidire rispetto a quella versata dai coreani.

“Mi rincresce profondamente aver deluso i nostri clienti e l’opinione pubblica”, ha dichiarato Winterkorn. Il caso è stato elevato a “priorità assoluta” dallo stesso numero uno, che potrebbe venire chiamato a rispondere personalmente poiché è stato responsabile del marchio per anni. Oltreoceano è stata già bloccata la vendita di alcuni modelli a gasolio.

A giudizio di Ferdinand Dudenhöffer, studioso ed esperto del ramo automotive, il ruolo di Winterkorn non è sostenibile per il gruppo perché o sapeva della manipolazione oppure i suoi manager gliela tenevano nascosta, due situazioni non compatibili con il suo mandato di CEO. “Nessun politico potrebbe rimanere al suo posto in circostanze come queste”, ha ammonito Dudenhöffer.

Volkswagen ha fatto sapere di collaborare con le autorità: un atteggiamento che solitamente contribuisce almeno a ridurre l’impatto della sanzione. Secondo la normativa americana, inasprita dopo la vicenda che ha riguardato General Motors (che ha appena accettato di pagare una multa di 900 milioni, che molti osservatori ritengono insolitamente bassa), per ogni vettura coinvolta la sanzione può raggiungere i 37.500 dollari.

I modelli per i quali sarebbe stato impiegato il sistema in grado di “taroccare” i dati sarebbero Jetta, Passat, Beetle, Golf e anche Audi A3 (lo riferisce la Sueddeutsche Zeitung) prodotti tra il 2009 ed il 2015 per un totale di 482.000 unità.

Volkswagen ha ammesso la contestazione (“i fatti sono veri”). Si tratterebbe di una violazione del “Clean Air Act”. Cynthia Giles, portavoce dell’EPA, ha già stigmatizzato il comportamento del costruttore tedesco. Parlando del software, ha dichiarato che “impiegare simili metodi per aggirare i parametri sulla protezione ambientale è illegale e significa mettere a rischio la salute pubblica”.

Sul Financial Times si riferisce di un rapporto del centro di ricerca scientifica della commissione europea che già nel 2013 evidenziava le criticità dei test effettuati sulle auto, invitando ad optare per delle prove su strada, più utili a scovare frodi. La casa tedesca annuncia il richiamo degli 11 milioni di veicoli su cui è montato il sistema che permette di camuffare le emissioni in sede di omologazione.

 Volkswagen, quella prima truffa ai tempi di Hitler
Nel 1938 venne promessa un’auto a milioni di tedeschi per 5 marchi alla settimana, ma nessuno vide mai ciò per cui aveva pagato (eccetto Hitler)

Anche l’inizio della Volkswagen è segnata da una vicenda poco edificante, per non dire di peggio. Migliaia di tedeschi pagarono buona parte del prezzo dell’auto ma non videro mai la loro vettura. Con lo scoppio della guerra la fabbrica creata per costruire “l’auto del popolo” che avrebbe dovuto motorizzare la Germania (fino ad allora solo un tedesco su 50 aveva un’automobile) venne riconvertita alla produzione militare e i clienti rimasero con in mano un pugno di mosche. La fabbrica era stata inaugurata da Adolf Hitler nel 1938 e, su iniziativa di Ferdinand Porsche, aveva in progetto di realizzare l’antesignana del Maggiolino.


«Un’auto capace di portare due adulti e due bambini a cento chilometri l’ora», aveva ordinato il Führer. La Volkswagen, da costruire in almeno un milione di esemplari, sarebbe costata 990 marchi e la gente l’avrebbe pagata con uno schema di risparmio settimanale:«Funf Mark die Woche musst du sparen, willst du im eigenen Wagen fahren», Cinque marchi alla settimana devi risparmiare se la tua macchina vuoi guidare. Gli acquirenti avevano in mano un libretto sul quale venivano attaccati i buoni che certificavano i versamenti. Si iscrissero più di trecentomila tedeschi, che pagarono regolarmente le loro quote. Con il 1939 e l’invasione della Polonia, i programmi della fabbrica cambiarono. Si iniziarono a produrre (in buona parte grazie al lavoro degli schiavi prelevati dai campi di concentramento) le Kübelwagen, vetturette militari che la Wehrmacht usò su tutti I fronti. Nessuno vide mai una Volkswagen, a parte Hitler al quale prima della guerra ne venne consegnato un prototipo in una cerimonia ripresa dai cinegiornali. Agli acquirenti rimasero solo i libretti con sopra attaccati i buoni pagati.

Volkswagen, ecco cosa deve fare chi ha uno dei modelli incriminati
Gli automobilisti in possesso di un’auto con motore 2.0 diesel Tdi (chiamato EA 189) immatricolata prima del 1 settembre 2015, riceveranno una lettera di richiamo. 
In concessionaria la centralina verrà “ripulita” e l’auto restituita.




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Fu la Camorra a Bloccare Pantani


La camorra fermò Pantani

Non è una novità la pista della camorra "regista" nello stop di Pantani. Spunta già nel 1999: a raccontarla non è uno qualunque, ma Renato Vallanzasca, capo della banda della Comasina che negli anni Settanta mise a segno diverse rapine e sequestri sanguinari. Il bandito, dopo numerose evasioni, è in carcere durante i giorni del Giro. Nella sua biografia, uscita pochi mesi dopo il 5 giugno, racconta: "Un membro di un clan camorristico, mio vicino di cella, mi consigliò fin dalle prime tappe di puntare tutti i soldi che avevo sulla vittoria dei rivali di Pantani. Alle mie obiezioni sulla forza dimostrata in salita dal Pirata, rispondeva: "Non so come, ma il pelatino non arriva a Milano. Fidati. Se vuoi ti presto io i soldi, se perdi non mi devi nulla. Perché lo faccio? Sei Vallanzasca...". Non puntai neppure 100 lire, ma la mattina di Campiglio quel detenuto venne da me tutto soddisfatto. "Che ti avevo detto? Pantani è stato squalificato, dovevi darmi retta". Rimasi di stucco". Vallanzasca fu ascoltato subito dopo dal pm Giardina che coordinava la prima inchiesta su Campiglio, ma senza ricevere indicazioni: "Nomi non ne faccio, quelli mi ammazzano", la risposta del bel René. E la pista finì in un vicolo cieco.

Nel febbraio 2014, a 10 anni dalla morte del romagnolo, Vallanzasca è intervistato da una giornalista di Med. In quella occasione si lascia andare a qualche confidenza in più, apre una porticina con vista camorra. In quel pertugio s'infilano i carabinieri chiamati a indagare di nuovo sul 5 giugno 1999. E' la Procura di Forli nel settembre 2014 a riaprire il caso: inchiesta coordinata dal procuratore Sergio Sottani e affidata al pm Lucia Spirito. Vallanzasca è sentito per diverse ore, messo alle strette dopo l'intervista tv. Alla fine si arriva a una rosa di due o tre nomi. I carabinieri scendono verso Sud a interrogare queste persone, ma tutti negano di essere l'uomo indicato da Vallanzasca. Ma ecco la coincidenza: chi ha mentito non sa di essere sotto osservazione per una inchiesta importante sulla criminalità. In tutta tranquillità si apre con una persona di fiducia: "Certo che la storia di Vallanzasca è vera, pensavo fosse un uomo d'onore e invece è un pezzo di mer... Parlare con i carabinieri...". Pantani non doveva finire quel Giro, il clan aveva deciso e ha trovato un modo indolore per raggiungere l'obiettivo. Questo è il succo della intercettazione ascoltata da altri inquirenti. Che a quel punto decidono d'informare i colleghi passandogli l'informazione, un "asso" da giocare per arrivare a dare risposte definitive di una storia controversa.

Sono stati mesi intensi quelli di Forlì: gli inquirenti hanno svolto un lavoro scrupoloso, senza tralasciare il minimo particolare. E il frutto di questo lavoro è agli atti: in Procura sono sfilati diversi testimoni e persone informate sui fatti. I carabinieri hanno sentito ciclisti come Gotti e Savoldelli, direttori sportivi, autisti e tanti altri. Quel 5 giugno è stato vivisezionato e sarebbero emerse tante incongruenze sospette. E lo scorso maggio sono stati interrogati per ore anche i tre medici e l'ispettore che effettuarono il prelievo del sangue su Pantani. Perché chiaramente ora è quel controllo a finire sotto esame. Il procuratore Sottani ha parlato espressamente di una ipotesi (la deplasmazione del sangue) che potrebbe essere stata usata per alzare l'ematocrito di Pantani. I carabinieri hanno raccolto altre informazioni importanti: ci sarebbero persino delle minacce ricevute da un testimone chiave. Ora da Napoli è arrivato l'asso che forse potrebbe far decollare le indagini. Nessuna ipotesi può essere esclusa, neppure una verità molto diversa da quella raccontata finora. E visto che la camorra avrebbe avuto un ruolo decisivo, l'inchiesta potrebbe anche passare di mano, con la Direzione distrettuale antimafia pronta ad affiancare o più probabilmente a subentrare alla Procura di Forlì.

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15/09/15

Buona Settimana


La settimana come periodo di tempo ciclico, regolare e costante di sette giorni dipende dal calendario lunisolare, essendo l'unità cronologica minima, una singola fase lunare delle quattro principali mensili, nell'interazione fra questi due corpi celesti. Ha una valenza sacra in tutta l'area mesopotamica e del suo calendario in cui la settimana risulta una delle istituzioni più antiche. L'osservanza della domenica (il settimo giorno)









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12/09/15

Finestra e Muro Nero 2 Lanterne


Impariamo la saggezza molto più dai nostri sbagli che dai nostri successi. 
Scopriamo ciò che è giusto trovando ciò che non lo è e probabilmente 
chi non ha mai fatto errori non ha mai scoperto nulla .
S. Smiles



Il valore di una persona 
risiede in ciò che è capace di dare 
e non in ciò che è capace di prendere.
(Albert Einstein)



"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente, è che perdono la salute per fare i soldi, e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro, che dimenticano di vivere il presente, in tal maniera che non riescono a vivere nè il presente, nè il fututo. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."

 Dalai Lama


"Non ho più pazienza per alcune cose, non perché sia diventata arrogante, semplicemente perché sono arrivata a un punto della mia vita in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Non ho pazienza per il cinismo, critiche eccessive e richieste di qualsiasi natura. Ho perso la voglia di compiacere chi non mi aggrada, di amare chi non mi ama e di sorridere a chi non mi sorride. Non dedico più un minuto a chi mente o vuole manipolare. Ho deciso di non convivere più con la presunzione,
 l’ipocrisia, la disonestà e le lodi a buon mercato. 
Non tollero l’erudizione selettiva e l’arroganza accademica. Non mi adeguo più al provincialismo e ai pettegolezzi. Non sopporto conflitti e confronti. Credo in un mondo di opposti, per questo evito le persone rigide e inflessibili. Nell'amicizia non mi piace la mancanza di lealtà e il tradimento. Non mi accompagno con chi non sappia elogiare o incoraggiare. I sensazionalismi mi annoiano. 
Soprattutto, non ho nessuna pazienza per chi non merita la mia pazienza".


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di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci,,,


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05/09/15

Archi Ripetuti in Prospettiva


L'arco, in architettura, è un elemento strutturale a forma curva che si appoggia su due piedritti e tipicamente 
(ma non necessariamente) è sospeso su uno spazio vuoto.

È costituito normalmente da conci, cioè pietre tagliate, o da laterizio, i cui giunti sono disposti in maniera radiale verso un ipotetico centro: per questo hanno forma trapezoidale e sono più propriamente detti cunei; nel caso di una forma rettangolare (tipica dei mattoni) hanno bisogno di essere uniti da malta che riempia gli interstizi; essenzialmente l'arco con cunei non ha bisogno di essere sostenuto da malta, stando perfettamente in piedi anche a secco, grazie alle spinte di contrasto che si annullano tra concio e concio.

Il cuneo fondamentale che chiude l'arco e mette in atto le spinte di contrasto è quello centrale: la chiave d'arco, o, più comunemente detta, chiave di volta.

L'arco è una struttura bidimensionale e viene spesso utilizzato per sovrastare aperture. Per costruire un arco si ricorre tradizionalmente a una particolare impalcatura lignea, chiamata centina.

L'arco è anche alla base di strutture tridimensionali come la volta, che è ottenuta geometricamente dalla traslazione o dalla rotazione di archi. Nel caso di volte complesse come le volte a crociera, gli archi costitutivi vengono distinti in base alla loro posizione (archi trasversali, longitudinali, ecc).


Anche se è impossibile datare esattamente l'anno di nascita dell'arco, si può affermare che il primo esempio di struttura semicircolare non è l'arco, bensì la volta: i primi resti di strutture che utilizzano la struttura ad arco sono le volte a corsi inclinati (volta nubiana) realizzate in Mesopotamia (l'esempio più antico tra quelli noti è la grande sala a Tepe Gawra, risalente al IV millennio a.C.) e Basso Egitto fra il IV e III millennio a.C. (tra gli esempi noti vi è la tomba di Helwan, risalente al 3000 a.C. e l'ingresso ad arco in una tomba mastaba a Giza risalente al 2600 a.C.).


Probabilmente si arrivò al concetto di arco (in cui i singoli conci lavorano a compressione e, tra loro, si serrano per attrito) passando attraverso le strutture cosiddette a "falso arco". Sono queste le strutture a capanna, formate da due semplici elementi inclinati l'uno contro l'altro.

Il concetto di coprire una luce con dei conci, e non con un unico elemento (l'architrave), si ampliò con le strutture a conci orizzontali sovrapposti che vanno via via a stringere verso l'alto (esempio tipico di quest'altro falso arco è la Porta dei Leoni a Micene e anche altre strutture minoiche).

Tuttavia, queste strutture non lavorano come un arco e non possono essere definite tali: sono ad ogni modo state importanti come tappa tecnica verso la definizione chiara del concetto di arco.


L'archeologo C.L. Woolley afferma che fu un arco a tutto sesto il primo arco costruito nella storia dell'Umanità. In "The excavation of Ur" afferma di aver individuato nel piccolo arco semicircolare di E Dublal-Mah, presso Ur, il primo esempio di struttura ad arco utilizzato nella facciata di un edificio e fuori terra. Tuttavia l'esempio riconosciuto da Woolley risale al XV secolo a.C. e l'arco era già da secoli utilizzato per coprire i canali di scolo e i condotti sotterranei nella stessa regione mesopotamica.

L'arco propriamente detto non venne mai utilizzato nelle strutture monumentali nell'arte greca, se non in casi rari come i due piccoli archi, o meglio volticciole nel basamento del tempio di Apollo a Dydyma e la "Porta Rosa", una sorta di tunnel di collegamento tra i due versanti di Elea, città della Magna Grecia situata nel Cilento. Tuttavia l'elemento non era ignoto ai Greci, che usavano realizzare postierle chiuse da archi a mensola lungo le mura urbiche, come testimoniato in più punti dalle mura dionigiane a Siracusa. Conosciamo persino un precocissimo arco ogivale o a sesto acuto, sempre a mensola, nelle mura Timoleontee a Gela.


L'arco in muratura conosce in Italia il suo uso massiccio inizialmente a partire dagli etruschi, i quali usano il tutto sesto e introducono nella costruzione delle porte oltre che nelle strutture ipogee questa forma architettonica. Successivamente nell'arte romana trova il suo sviluppo più diffuso.


In Occidente, poi, si diffonde l'arco rialzato, una caratteristica peculiare dello stile moresco, mentre l'arco a tutto sesto fu ancora utilizzato in tutta l'architettura tardo-romana e romanica; esempi di arco si trovano però anche nell'architettura paleocristiana, anche se non ne era un elemento determinante e distintivo quanto nell'architettura romanica. Larga diffusione nel gotico ebbe l'arco a sesto acuto. Nell'architettura moderna, l'arco "parabolico", già usato nelle arcate di alcuni ponti più antichi, è stato introdotto per coprire aperture da Antoni Gaudí (più propriamente nella forma di arco di "catenaria") nelle sue opere a Barcellona ha rappresentato l'ultima innovazione di uno degli elementi architettonici più antichi.





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