11/11/09

Alla città mancano le piste ciclabili


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Pedalare in questa maniera è bello. Facile, persino. La strada ti scorre sotto le ruote che è un piacere, ci si sposta da un punto all'altro della città in scioltezza e rapidità, senza la preoccupazione di essere "arrotati" da automobili e camion. E Milano è bellissima.

Alla città mancano le piste ciclabili? I ciclisti milanesi se le costruiscono da soli, virtualmente, appropriandosi della strada che, a ben guardare, non è ad uso e consumo dei mezzi a quattro ruote. Come recita il codice all'articolo 1, si definisce strada "l'area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali". È questa l'essenza della critical mass, espressione anglosassone che, tradotta alla lettera, significa nè più nè meno massa critica. Ciclisti che si ritrovano insieme, per ribadire un concetto di per sè banale: la strada è di tutti. Un assunto acclarato, salvo che poi le differenze di dimensione e di velocità creano non poche difficoltà alla convivenza di "veicoli" di diverse specie. Ma se si è in tanti, se si raggiunge una "massa critica" sufficiente, il discorso cambia.

Sono le dieci e mezza passate di sera dell'ultimo giovedì di ottobre. Il cielo è coperto e fa freddo. In piazza Duomo ci sono solo coppiette e qualche capannello di extracomunitari: la maggior parte delle persone è a casa al caldo, divisa tra Don Matteo e il Dr House. Magari stanno guardando Santoro, che puntava tutto sul caso Marrazzo. Per non parlare del turno infrasettimanale di campionato: l'Inter gioca contro il Palermo.

Nonostante il freddo, da qualche minuto si è radunato un curioso gruppetto di persone in piazza dei Mercanti: giovani, meno giovani, ragazze, coppiette, qualche accento spagnolo, qualche accento inglese. Tutti, con l'eccezione di alcuni pattinatori, hanno in comune il fatto di essere a cavallo di una due ruote. Qualcuno ha un campanaccio, un altro luci speciali, uno ha addirittura una radio che spara a musica a tutto volume. Molti hanno una targhetta attaccata alla bicicletta: un talloncino di cartone plastificato con la scritta "no oil".

Con la mia bicicletta, mi aggrego al gruppo, pur standomene in disparte. Senza un preavviso, a un certo punto si parte. Casualmente, come deve essere, visto che la critical mass non è una manifestazione organizzata, non è strutturata, non ha portavoce, capi, nè uno straccio di percorso, o di regole scritte. Solo, è inquietante quella macchina dei vigili urbani che tallona il cordone e che, forse, rovina la spontaneità dell'iniziativa. E mentre passiamo rasente piazza Duomo, si vede anche un cordone di vigili urbani a difesa dell'accesso in galleria, in assetto da guerriglia. Pazienza.

Proseguiamo. Il cordone dei ciclisti imbocca corso Vittorio Emanuele, piazza san Babila e poi, con decisione, sfocia in corso Venezia e infine, dopo avere svoltato a sinistra, sui Bastioni di porta Venezia. Ora arriva il bello, la prova di forza tra la bicicletta e l'automobile. Ci impadroniamo dell'intera carreggiata e proseguiamo al nostro passo, lasciando che gli automobilisti stiano in coda, impossibilitati a sorpassare. È un piacere viaggiare così, è persino terapeutico, se si pensa allo smog, alla paura, alla bile che si accumulano alla mattina quando si sceglie caparbiamente la bicicletta per raggiungere il posto di lavoro. Ma questa sera il ciclista non è un animale strano, un indiano confinato nella riserva. La biciradio manda a tutto volume successi trash degli anni Ottanta ma, a sorpresa, anche Uprising ("rivolta"), l'ultimo singolo dei Muse, dall'album The resistance (La resistenza). Proprio a proposito.

Quando passiamo agli incroci, qualche critical massist (si dice così?) esperto si mette con la bicicletta davanti all'automobile, impedendole di passare, e permettendo al cordone di scivolare in tutta tranquillità, anche con il semaforo rosso. Apriti cielo! L'automobilista si butta sul clacson, protesta, gli sembra di vivere in un mondo al contrario. Anche i motociclisti tentano il sorpasso, ma vengono beffardamente stoppati da quattro-cinque ciclisti.

Ognuno interpreta la serata come preferisce. C'è chi la prende come una scampagnata, chi come una testimonianza di resistenza civica, chi come una protesta. I più aggressivi se la prendono con malcapitati automobiilsti e motorizzati. Poco male, quando arriveranno a casa la sera avranno qualcosa da raccontare e su cui riflettere: una città che si interroga su che futuro dare alla sperimentazione dell'ecopass, dovrebbe riflettere anche su quanto gioverebbe una politica di sostegno delle due ruote come mezzo di trasporto.

Il cordone si snoda verso zona Porta Garibaldi. «Quest'estate – spiega un ciclista – abbiamo inaugurato il tunnel di Porta nuova». Quello stesso tunnel oggi è off limits (l'accesso è espressamente vietato) per ciclisti e pedoni, costretti a gimkane e percorsi a ostacoli nel dedalo di cantieri della zona. Si prosegue: corso Sempione, via XX Settembre (dove le piste ciclabili ci sono, anche se infestate da macchine in parcheggio), via Boccaccio. Infine, si ritorna alla base. La critical mass si scioglie, ognuno ritorna a casa propria. E torna ad essere improvvisamente una bestia strana, sola, insicura, circondata da ostilità.



COME FUNZIONA

Movimento. La critical mass è un raduno di bici che, sfruttando la forza del numero (massa), invadono le strade. Se la massa è sufficiente (critica), il traffico non ciclistico viene bloccato anche su strade di grande comunicazione. Il termine pare sia stato coniato dal cicloriparatore e progettista George Bliss, osservando i ciclisti cinesi. In Cina, che ormai non è più il paradiso della bici, può capitare che i ciclisti non riescano ad attraversare un incrocio privo di semaforo per colpa del traffico automobilistico. Solo quando si ammassa un sufficiente numero di ciclisti (massa critica), le bici riescono ad interrompere il traffico ed a passare.

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