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13/02/18

Doping e Ciclismo




Doping e Ciclismo


Il quattro volte campione del Tour de France professa la sua innocenza dopo la positività alla Vuelta: "Corro con l'asma e ne tratto i sintomi ormai da dieci anni. Conosco i limiti e non li ho mai superati". Furioso Tony Martin: "Un altro sarebbe già sospeso"

l giorno dopo la notizia-shock della sua positività all'ultima Vuelta di Spagna da lui vinta, Chris Froome si dfiende e professa la sua innocenza "Conosco le regole e non ho fatto nulla di sbagliato". Dal ritiro del team S. a Maiorca, dove si sta preparando in vista della prossima stagione, il corridore britannico di origine keniane nega ogni responsabilità in un'intervista alla BBC. "Capisco che questa notizia è uno shock per tante persone, ma non ho infranto alcuna regola. Non credo che la mia immagine sia compromessa. Posso capire le reazioni di molte persone, vista la storia di questo sport, ma questo non è un test positivo".

AUMENTO DOSE INALATORE - "Il ciclismo ha alle spalle un passato molto oscuro e nell'arco della mia carriera ho provato a fare di tutto per mostrare che le cose sono cambiate", assicura il 32enne quattro volte vincitore del Tour de France che poi torna sul suo caso. Froome, infatti, spiega di avere incrementato l'uso dell'inalatore durante la Vuelta su consiglio del medico del suo team, dopo che i sintomi dell'asma erano peggiorati. Ma precisa: "Sono un ciclista professionista, corro con l'asma e ne tratto i sintomi ormai da dieci anni. "So quali sono le regole, conosco i limiti e non li ho mai superati. Ho una procedura molto chiara quando uso il mio inalatore, ho fornito tutte queste informazioni all'Uci per aiutarli ad 
arrivare fino in fondo a questa vicenda".

IL SILENZIO ALLA VUELTA - Il corridore del team Sky sottolinea poi di non avere rivelato le sue difficoltà legate all'asma durante l'ultima Vuelta per "nascondere ogni tipo di debolezza" ai suoi rivali. "Stavo gareggiando contro avversari che erano alla ricerca di un qualsiasi punto debole - osserva Froome -. In un grande giro non potrei mai dire 'sì, sono sofferente per qualcosà perché il giorno dopo i miei rivali salirebbero in sella ancora più carichi".

TONY MARTIN - Chi non l'ha presa davvero bene è Tony Martin, 4 volte campione del mondo a cronometro e argento olimpico nella specialità a Londra 2012. Il 32enne corridore tedesco accusa l'Uci di usare due pesi e due misure in merito al caso di Chris Froome, positivo al salbutamolo in occasione dell'ultima Vuelta. "Sono furioso. Altri corridori sono subito sospesi, a lui e al suo team è stato dato il tempo di spiegare tutto - tuona Martin -. Non ricordo un caso simile nel recente passato. È uno scandalo e a Fromme non andava almeno consentito di partecipare agli ultimi Mondiali". Martin si chiede se Froome e il team Sky godano di "uno status speciale" e ritiene il comportamento dell'Uci a riguardo "un brutto colpo alla già difficile lotta anti-doping che sto guidando assieme a Kittel. Abbiamo bisogno di un approccio trasparente da parte dell'Uci, ma in questo caso è un approccio non professionale e scorretto".



Doping e ciclismo, il procuratore: 
«Qui ci sono genitori e allenatori che scherzano con la vita dei ragazzi»
Il capo della procura di Lucca Suchan:
 «Bisogna che qualcuno finalmente si decida a parlare, 
a collaborare per evitare altro dolore e altri lutti»

«Qui non si parla soltanto di doping. Qui si parla di un’associazione a delinquere con valenza criminale dietro cui si celava un utilizzo di quantità inimmaginabili di sostanze dopanti, pericolose e potenzialmente letali. Qui c’è gente, ci sono genitori e allenatori che scherzano con la vita e la salute di ragazzi giovanissimi». Si accalora e non usa mezzi termini Pietro Suchan, procuratore della repubblica di Lucca, nel descrivere l’inchiesta scaturita dalla morte, nel maggio del 2017, del ciclista Linas Rumsas e che ha portato, grazie al lavoro della squadra mobile di Lucca e dello Sci della polizia di stato, nella notte di lunedì a cinque provvedimenti di custodia cautelare nei confronti dei responsabili del team ciclistico dilettantistico Altopack Eppela e a una ventina di avvisi di garanzia a corridori, medici, cicloamatori, 
fiancheggiatori a vario titolo.

No, quella di Lucca non è la solita inchiesta sul doping. Almeno quindici atleti giovanissimi (19-22 anni) di una delle più ricche squadre dilettantistiche nazionali sottoposti sistematicamente a iniezioni di Epo di ultimissima generazione, testosterone, ormoni, insulina, stimolanti oppiacei e sostanze mascheranti. Il tutto eseguito nell’abitazione degli anziani genitori del proprietario del team, Luca Franceschi, che la mettevano a disposizione del figlio e dei suoi atleti come “clinica” per lo stoccaggio dei prodotti che venivano somministrati anche per endovena da infermieri improvvisati. Le intercettazioni, innumerevoli ed esplicite, mostrano pressioni pesantissime sugli atleti per assumere le sostanze da parte del direttore sportivo Elso Frediani, di genitori complici o istigatori, dei pochi ragazzi che rifiutavano il trattamento convinti a sottoporvisi con pressioni psicologiche o esclusi dalla squadra. I genitori ultrasettantenni di Frediani portavano a casa le sostanze nei sacchetti della spesa e le custodivano in frigo tra la frutta, i ragazzi si recavano da loro dopo pranzo, nei giorni di recupero, per fare il pieno di farmaci, come se andassero a fare una passeggiata.


Un addetto del team smaltiva fiale, cannule per endovenose e boccette di farmaci lontani da casa, un notissimo medico sportivo toscano spiegava come sfuggire ai controlli, impresa in cui i ragazzi erano bravissimi, un farmacista che è anche ciclista amatoriale (Andrea Bianchi) recuperava parte dei prodotti proibiti. Uno solo di loro, Raimondas Rumsas jr, figlio dell’ex dopatissimo professionista omonimo e fratello del povero Linas, è stato incastrato in un controllo antidoping disposto dall’autorità giudiziaria. Tutti gli altri, dopatissimi, l’hanno sempre fatta franca. Nelle telefonate si parlava di pizze, meloni, jolly ordinate e recuperate dagli investigatori in quantità «degna di una struttura ospedaliera». L’inchiesta di Lucca andrà avanti per settimane, forse mesi. La procura tace sulle ragioni della morte di Linas Rumsas (le indagini sono in corso) lamenta palese ostilità e totale mancanza di collaborazione da parte dei familiari del lituano scomparso ma anche di tutti gli altri indagati, ragazzini compresi. Ma l’idea è che anche la verità su un decesso più che sospetto adesso sia più vicina, in attesa, come ha spiegato il procuratore generale, «che qualcuno finalmente di decida a parlare, a collaborare per evitare altro dolore e altri lutti e farci tornare a parlare di ciclismo come di uno sport».



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15/05/11

La Fondazione Pantani denuncia la nuova Inquisizione

Fondazione Pantani


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La Fondazione Pantani denuncia la "nuova Inquisizione"

Sembrava davvero singolare ed insolito che l'ennesimo violento attacco al ciclismo, operato nella circostanza dal Presidente del Coni attraverso la ritenuta necessità di una maggiore concretezza nella lotta al doping, potesse concludersi senza che a qualcuno venisse in mente di utilizzare, agganciandolo al treno, il nome di Marco Pantani. Ed infatti, a distanza di pochi giorni dalle esternazioni di Petrucci, ecco giungere puntuale, guarda caso l'antivigilia dell'inizio del Giro d'Italia, l'intervista rilasciata a Tuttosport da Livio Berruti, contenente dichiarazioni di eccezionale gravità sul campione di Cesenatico.
Così, se da un canto sarà inevitabile la proposizione di una denuncia-querela nei confronti di tutti i soggetti corresponsabili del predetto episodio diffamatorio, dall'altro Tonina e Paolo Pantani, prendendo spunto dal contenuto della suddetta intervista ed in particolare da alcuni suoi passaggi, vorrebbero condividere con i media e con il popolo del ciclismo una serie di considerazioni. Riflessioni che, seppur sollecitate da gratuite ed ingiustificabili accuse rivolte nei confronti del congiunto scomparso, a ben vedere finiscono in realtà per travalicare i confini ed i limiti soggettivi e temporali, estendendosi ed indirizzandosi all'intera comunità del ciclismo, legate come sono, oltre che alla sua storia, al suo presente ed al suo futuro, come dimostrano, ad esempio, le dichiarazioni rilasciate da Vincenzo Nibali, aspirante alla vittoria del Giro d'Italia, alla Gazzetta dello Sport, dalle quali si evince limpidamente quale fonte di ispirazione abbia rappresentato per lui un campione come Marco Pantani.
Ma qual è, tra le tante, l'affermazione più agghiacciante contenuta nell'intervista rilasciata dal signor Berruti?
Noi riteniamo sia quella ove, riferendosi all'andamento del finale della tappa di Oropa al Giro d'Italia del 1999, vinta in rimonta sul gruppo dopo un inconveniente meccanico, associa la stessa al ricorso al doping, descrivendola nei di seguito indicati termini: «Secondo me - ha infatti detto Berruti - era impossibile andare così forte senza un aiuto».E così, il signor Berruti, novello Torquemada, a quasi dodici anni di distanza da quel 30 maggio 1999, dopo essersi contemporaneamente calato nei panni dell'ispettore antidoping, del medico addetto al controllo, del procuratore antidoping, del pm, del giudice sportivo e, ad abundantiam, del giudice penale, nella "camera di consiglio" del quotidiano Tuttosport, facendo uso di una sua personalissima ed insondabile(si fa per dire..) interpretazione dei concetti di "possibile/impossibile" e senza alcun contraddittorio, partorisce una sentenza di condanna per doping nei confronti di una persona defunta, rileggendo in chiave diametralmente opposta quello che rappresenta un pezzo di storia del ciclismo italiano(e non solo).
Pervenuti per tal via ad una conclusione di colpevolezza, quale sarà il prossimo passaggio?
L'intervista in oggetto permette anche di esprimere alcune considerazioni di carattere generale, andando oltre la valutazione dell'episodio specifico.
La capacità offensiva propria delle affermazioni del signor Berruti sulla tappa di Oropa è infatti tale da estendersi oltre la lesione dell'onore del compianto campione romagnolo (la cui tutela è affidata in via esclusiva alla famiglia Pantani), riverberandosi sul passato, sul presente e sul futuro di quello splendido e fantastico sport che è il ciclismo.
La tutela della "memoria sportiva" e del "patrimonio ciclistico" da simili indegni attacchi non può non competere, come nel caso di specie, alla Federazione ciclistica italiana ed all'Associazione dei corridori professionisti che, in questo momento di grandi sollecitazioni, non possono non prendere sollecitamente posizione per tentare di arginare la deriva rappresentata da simili inqualificabili comportamenti.
Non farlo provocherebbe sicuramente un effetto domino che travolgerebbe la storia recente del ciclismo, saccheggiando le memorie di milioni di tifosi e calpestando sulla base del sospetto malevolo le imprese di campioni che appartengono all'immaginario collettivo, ma anche al patrimonio storico e culturale della Federazione ciclistica italiana.
Senza trascurare la circostanza che non censurare apertamente simili atteggiamenti, spalancherebbe da subito le porte ad arbitrarie bollature di doping rispetto a qualsiasi atleta o evento sportivo che, in qualche modo, sia stato segnalato per l'eccezionalità di una prestazione. Si potrebbe dubitare di tutto e di tutti, dello stesso oro di Berruti, volendo spingersi al paradosso. Domani chiunque potrà alzarsi da tavola e senza alcun supporto probatorio, ma esclusivamente sulla scorta dell'umore del momento, del suggerimento, del chiacchiericcio potrà insinuare pubblicamente il  dubbio.
Non più tardi di tre mesi fa, il presidente federale Renato Di Rocco, in risposta ad una serie di domande poste da Tonina Pantani, ebbe parole difficilmente equivocabili.
«Marco Pantani - disse Di Rocco - era il ciclismo. Ha suscitato emozioni che non si vivevano da anni. Marco non fu fermato per doping, ma a fini cautelari per la salute in base a valori approssimativi dal punto di vista scientifico allora stabiliti. L'errore fu impostare su questa vicenda una campagna antidoping assolutamente demagogica e senza riscontri di contrasto effettivo. Così si è dato al sospetto il valore di prova. Ma su Marco l'ultimo giudizio l'ha dato la gente, ricordandolo come il "Pirata" che si alza sulla sella, getta la bandana a terra e si prepara all'ultimo chilometro in salita, la sfida più dura».
Come mai il signor Berruti e lo stesso giornalista, pur iniziando la loro disamina da un punto di vista più ampio, hanno ritenuto di doversi concentrare su Pantani, senza soffermarsi, sia pure fugacemente, sulla piaga del doping negli altri sport? Solo perché l'intervista viene in qualche modo legata all'inizio del Giro d'Italia da Torino? Ma non fu proprio Torino il teatro in cui si svolse un processo alla Juventus, durante il quale si assistette all'imbarazzante balbettare di alcuni suoi campioni davanti ai giudici? O forse "l'assordante silenzio" in cui lo stesso processo si svolse, dopo il trasferimento di altro processo in quel di Forlì, ha contribuito a far perdere la memoria di quell'evento?  E non fu il Coni stesso a tremare in quegli anni per uno scandalo doping in quel di Ferrara e poi all'Acquacetosa di Roma?
È giunto il momento di chiedersi a cosa serva e a chi faccia comodo continuare a picchiare su Pantani. È giunto il momento che il ciclismo sollevi la testa e difenda la sua storia. È il momento che i corridori insorgano e si schierino a tutela dei loro fondamentali diritti e delle loro stesse imprese. Che Gianni Bugno, loro presidente internazionale, faccia sentire la sua voce in difesa delle sue stesse imprese, nei giorni in cui - di fronte a tanto silenzio - un sito internet ha legato a identici sospetti quel suo meraviglioso Giro d'Italia del 1990 e tutte le vittorie più prestigiose del decennio.
La famiglia Pantani non è stupita per la tempistica di quanto accaduto, né tantomeno per il fatto che il proprio figlio sia stato nuovamente tirato in ballo per rinforzare l'attacco al ciclismo. La famiglia Pantani è stupita per il silenzio di tutti coloro che avrebbero l'obbligo morale e istituzionale di tutelare il ciclismo ed i suoi valori (che sono poi quelli propri di ogni sport), non legati unicamente all'antidoping - fuor di alcun dubbio indispensabile e necessario - ma anche all'onestà, al coraggio, alla determinazione, alla solidarietà fra sportivi, al rispetto ed al senso di appartenenza.

Fondazione Marco Pantani


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